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Ciao Darwin, lo show di Paolo Bonolis non andrà in onda venerdì: ecco perché 12:40 AM (7 minutes ago)

Niente Ciao Darwin venerdì sera. Mediaset ha infatti deciso di sospendere la messa in onda della puntata del 26 aprile e di dare appuntamento ai telespettatori direttamente venerdì 3 maggio. Il motivo? “Canale 5 ha deciso di evitare la messa in onda del 26 aprile, in pieno periodo festivo, per non privare i telespettatori del loro programma preferito del venerdì sera”, hanno spiegato da Cologno Monzese. Una decisione che non ha nulla a che vedere con gli incidenti capitati a due concorrenti, uno dei quali ora rischia la paralisi come ha rivelato il cugino, ma che ha la sua ragione solo in un’ottica di attenzione agli ascolti che finora hanno sempre premiato il programma di Paolo Bonolis, con una media superiore al 25% di share, come fanno sapere da Mediaset.

 

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Grande Fratello, Alex Belli e la rivelazione choc su Mila Suarez: “Ti volevi tagliare le vene perché non ti avevano presa” 12:28 AM (19 minutes ago)

Ad alzare la tensione durante la terza puntata del Grande Fratello è stato l’ingresso di Alex Belli nella casa per chiarire la situazione con la sua ex Mila Suarez, che in questi giorni non gli ha risparmiato attacchi. La relazione tra i due si è conclusa qualche tempo fa tra lacrime e accuse di tradimento, motivo per cui ora Belli ha voluto raccontare a tutti la sua verità su quanto accaduto, facendo anche una rivelazione che ha colto tutti di sorpresa: “Le tue priorità l’anno scorso dopo che non ti hanno accettato al Gf e che ti stavi per tagliare le vene era rifarti naso e seno. Devi fermarti col cervello e staccarti dalle tue convinzioni”, ha detto.

“Non sono qui per litigare né per discutere con te – ha detto a Mila Suarez appena entrato -. Non hai mai capito perché ci siamo lasciati, tu non ti sei mai resa conto dei problemi che avevamo. Non sono qui per attaccarti, sono qui perché hai detto cose private nostre. Quando tu piangevi per finta per dare video a Barbara D’Urso, eri dentro a un residence perché litigavamo. Hai una realtà delle cose diversa, sei morbosa“. “Tu mi hai tradita e buttata nel momento del bisogno mi fai schifo e non voglio che mi tocchi“, ha replicato piccata la Suarez. “Mila tu sei entrata qui solo per infangarmi, voglio chiudere questa storia qui in un modo migliore – ha continuato Belli -. Tu sei morbosa, Mila. In tanti sono stati con noi. Nessuno ti ha tradita.  Delia è arrivata dopo un mese e mezzo, tu vivi in una realtà parallela. Fatti valere per quello che sei, ogni parola che dici qui dentro fuori hanno un peso”. Il riferimento è a Delia Duran, la sua nuova fidanzata che la scorsa settimana era entrata a sua volta nella casa per parlare sempre con la Suarez.

 

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Siamo alla resa dei conti: @alexbelli è qui per mettere finalmente la parola fine alle polemiche tra lui e @mila.suarez_. #GF16

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“Dici che ti ho tradita, quando io mi sono fidanzato con Delia una volta che ci siamo lasciati. Io ti sono sempre stato vicino durante i tuoi problemi di salute. Io ti ho voluta bene, non eravamo adatti a stare insieme – ha incalzato Alex Belli -. Io mi sono sentito in colpa perché so quello che hai passato. Non ti volevo abbandonare. Ma noi non eravamo fatti per stare insieme. Voglio spezzare questa catena di odio che è in te. Da quando sei entrata qua parli solo di questo”.  Dopo queste parole la tensione tra i due sembra allentarsi, tanto che si sono salutati con un abbraccio: “Ti chiedo scusa se ho fatto qualcosa di sbagliato, viviti questa esperienza e sii felice”, le ha detto lui prima di lasciare la casa.

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Pisa, ritrovato il cadavere della donna dispersa: la sua auto era stata travolta dal torrente in piena 12:26 AM (21 minutes ago)

E’ stato ritrovato senza vita il corpo della donna milanese scomparsa il 23 aprile a Castelnuovo Val di Cecina (Pisa), dove era in vacanza. La vittima si trovava con il marito all’interno dell’auto travolta dal torrente in piena durante un temporale. L’uomo era stato sbalzato fuori al momento dell’impatto del mezzo con la massa d’acqua ed era riuscito a mettersi in salvo. Successivamente la vettura era stata ritrovata a circa 300-400 metri a valle.

Il corpo della donna è stato invece ritrovato, mercoledì 24 aprile, a circa 5 km di distanza dall’evento, in prossimità di un piccolo ponte dove c’è la stazione di rilevamento idrometrico della regione Toscana.

Il marito, ricostruendo gli ultimi minuti prima della tragedia con i carabinieri, ha detto di aver tentato di guadare il torrente con l’auto, come già avrebbe fatto in passato, per raggiungere la casa nelle campagne di Castelnuovo Val di Cecina. Il nubifragio che si è abbattuto sulla zona ha però fatto alzare il livello dell’acqua a un punto tale da travolgere il veicolo.

Sul posto hanno operato fino al ritrovamento del cadavere i vigili del fuoco di Saline di Volterra e di Pisa, una squadra Saf (Speleo alpinistico fluviale) e i sommozzatori.

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Plastica in mare, quando sono i bambini a sgridare gli adulti: “Se continuate così, per me niente bagno” 12:13 AM (34 minutes ago)

A pochi giorni dalla Giornata mondiale della terra, il magazine online dedicato all’ambiente Ohga ha pubblicato sul proprio profilo Facebook una video che in poco tempo ha fatto il giro del web, totalizzando oltre due milioni di visualizzazioni. Nel filmato un gruppo di bambini elenca i rifiuti trovati in spiaggia e tra lattine e sigarette rimprovera duramente gli adulti. “Se continui così, l’Onu dice che tra 40 anni non potrò più fare il bagno”

video concesso da Ohga

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Elezioni europee, vi presento Europa Verde. Un progetto ecologista e civico per l’Italia 12:11 AM (36 minutes ago)

In Italia esistono milioni di persone e migliaia di realtà sparse che traducono in azione locale il pensiero globale sui limiti di questo modello di sviluppo che sta portando il pianeta e i suoi abitanti al collasso ambientale e al fallimento sociale e culturale. Esiste una galassia di associazioni ambientaliste, di comitati in difesa dei beni comuni, di liste civiche ed ecologiste e di esperienze concrete di cittadini attivi impegnati da tempo a promuovere e praticare la conversione ecologica della nostra società quale unica via per migliorare la qualità della vita di tutti e creare opportunità di lavoro e quindi di reddito, senza uccidere il pianeta.

A tutte queste realtà, piccole zattere in confronto ai grandi transatlantici della politica che attraversano questi mari in burrasca timonati da capitani senza il reale senso della tempesta che sta imperversando, oggi serve un progetto e uno spazio politico unitario: serve per essere davvero incisivi e per non restare a guardare impotenti i disastri prodotti da questo modello decadente e dalla serie ininterrotta di azioni irrispettose dell’ambiente e dei diritti fondamentali.

Europa Verde può essere questo progetto. Può essere una grande zattera che raccolga tutte queste consapevolezze diffuse, mettendole in raccordo tra loro, moltiplicandole e rendendole (insieme alle realtà più storiche come i Verdi e più giovani come Possibile) protagoniste e fondative di quel soggetto politico che in Italia manca da tanti anni: ecologista, civico e per la giustizia sociale. Un progetto che sarà tanto più valido quanto più saprà essere l’occasione per riunire la comunità di cittadine e cittadini orfani della politica, senza rappresentanza e senza riferimenti.

Oggi si respira molto entusiasmo e tanta voglia di impegno ambientalista, è vero. L’Onda Verde che attraversa l’Europa sta creando anche in Italia un rinnovato interesse e un’inaspettata speranza, soprattutto nei giovani, nei confronti della sfida per salvare l’unico pianeta che abbiamo. Purtroppo però c’è anche un sentimento diffuso di disillusione e di diffidenza verso la politica.

Ma a chi giustamente mostra segni di diffidenza, di stanchezza e di scoramento, bisogna rivolgere un invito sincero: occupate questo spazio politico in formazione, trasformatelo, salite a bordo e decidete insieme a tutti noi come governare questo processo. Portate la vostra esperienza di lista civica, di comitato locale, di gruppo di cittadini, di singole persone, in Europa Verde. È indispensabile che lo facciate. Perché il tempo passa e serve l’impegno di tutte e tutti. Perché dobbiamo interrompere il saccheggio delle risorse naturali e provare a fermare l’inquinamento, il cambiamento climatico e lo squilibrio dei nostri ecosistemi che travolge sempre più tutti noi, i nostri figli e la nostra salute. E perché è indispensabile ritrovare il sogno di quell’Europa unita, pacifica e solidale immaginata a Ventotene, rimettendo al centro i diritti delle persone ed abbandonando le politiche di tagli alla spesa sociale e di mercificazione dei beni comuni.

Cambiare paradigma economico-sociale ed abbracciare l’ecologia oggi non è più una scelta. È l’unica strada possibile.

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Grande Fratello, Francesca De André contro il padre Cristiano: “Mi fa schifo, io e mia sorella siamo i fiori nati dal letame” 12:07 AM (41 minutes ago)

A tenere banco nell’ultima puntata del Grande Fratello, andata in onda eccezionalmente di martedì, è stata la lite familiare tra Francesca e Cristiano De André. La ragazza, nipote del celebre cantautore Fabrizio, era stata diffidata dal padre che non voleva che entrasse nella casa del Grande Fratello e che le aveva intimato di “non parlare del loro burrascoso rapporto“. Francesca però, già nel corso della settimana appena trascorsa si era più volte lamentata con i coinquilini di questa imposizione: “Tutti si raccontano io non posso”. Parole a cui nei giorni scorsi aveva replicato lo stesso Cristiano, che aveva attaccato nuovamente le figlie.

Così, nel corso della puntata, Barbara D’Urso ha riferito a Francesca quanto detto del padre: “La settimana scorsa – le ha detto la conduttrice  – ti avevo chiesto di non parlare del tuo rapporto burrascoso con tuo padre, ma è accaduto qualcosa. Tu sei stata rispettosissima, ma è successa una cosa molto particolare, perché venerdì è stato tuo padre a parlare”, le ha spiegato mostrandole gli articoli con le parole di Cristiano. Colta di sorpresa, Francesca ha sbottato: “Che schifo, se c’è una persona che diffama è lui, io ho vinto una causa perché ha scritto un libro in cui diffamava. E’ lui che deve farsi una vita, gli piace passare da vittima, ma lui è tutto tranne che una vittima, basta scrivere il suo nome e cognome su google per capire quanto fa schifoHa picchiato donne, ha fatto incidenti perché non era lucido. Comoda la vita lui può parlare a me mi diffida, ci si vede in tribunale bello!”

 

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“Dai diamanti non nasce niente… dal letame nascono i fiori…” 💐 Cit. #faber . . . #gf16 #grandefratello #francescadeandre #fabriziodeandre #teamfrancesca @hollywoodcommunication @ilcelle @roberto_iza_baeli @brosgroupitalia @alegrimoldi

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“Partiamo dal presupposto che se io avessi avuto una famiglia non mi avrebbero affidato al comune di Milano. Beato lui che non posso aprire la bocca, a me sembra che la vittima l’abbia sempre fatta lui. Io ho sempre risposto alle accuse”, ha continuato prima che intervenisse la sorella Fabrizia, presente in studio, a rassicurarla dicendole “non ti preoccupare”. “Purtroppo  -ha concluso poi Francesca – i lividi addosso non mi sono rimasti, ma ho portato le prove  in tribunale, quello che ha lasciato mio padre è solo violenza. Mio nonno diceva dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori, noi siamo nate dal letame”.

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Stragi in Sri Lanka, perché qui l’Isis ha trovato terreno fertile 23 Apr 11:51 PM (57 minutes ago)

I prodromi dei terribili attentati jihadisti in Sri Lanka, rivendicati da Daesh, hanno una matrice storica che risale al 2015, quando un cittadino cingalese identificato come Mohamed Muhsin Sharfaz Nilam (alias Abu Shurayh al-Silani), venne ucciso mentre combatteva a Raqqa, in Siria, durante un attacco. Il primo ministro dello Sri Lanka allora aveva ordinato indagini su possibili influenze dello Stato Islamico nel Paese per sondare i livelli di radicalizzazione. Sei mesi dopo la morte di Nilam, il numero di novembre 2015 della rivista online dello stato islamico “Dabiq” rese omaggio al suo combattente ucciso: “Che Allah accetti Abu Shurayh e abbia pietà di lui e di tutti coloro che hanno dato la vita, la ricchezza e il tempo per la causa di Allah le cui azioni continuano a ispirare e risvegliare questa Ummah”.

Uno sguardo superficiale sulla vita di Nilam ci fornisce alcuni indizi sul suo background di formazione islamica e su possibili orientamenti radicali. Residente a Warallagama, Mohamed Muhsin Nilam aveva ricevuto l’istruzione presso l’Università Islamica del Pakistan, prima di tornare nello Sri Lanka. In seguito era diventato un insegnante urdu nella Colombo University. Le informazioni fornite da Dabiq su Nilam fanno riferimento al fatto che stava guidando un gruppo di 16 cittadini dello Sri Lanka, compresi i suoi familiari, per trasferirsi nel cosiddetto califfato dello Stato islamico in Iraq e in Siria. Secondo Dabiq Nilam era impegnato anche in attività di reclutamento, oltre a prendere parte a delle battaglie in Siria.

La propaganda passa poi per i social network. Su Facebook la pagina del gruppo “Seylan Muslims in Shaam” (Sri Lankan Muslims in the Levant) riportava alcuni messaggi abbastanza chiari come questo: “O gente dello Sri Lanka, noi musulmani dello Shaam con origini nello Sri Lanka vi invitiamo a lasciare tutti i sistemi corrotti, che sottomettono l’umanità alla ricerca della libertà…Ricordate che vi raggiungeremo anche se ci vorrà un’altra generazione e combatteremo contro la leadership corrotta che impedisce di cercare la verità e stabilire l’Islam nello Sri Lanka”.

Nonostante il governo e l’ACJU, All Ceylon Jamiyyathul Ulama, si oppongano alle attività di sensibilizzazione dello Stato Islamico, la radicalizzazione di alcuni giovani musulmani nello Sri Lanka è in potenziale ascesa. Gruppi settari salafisti, come lo Sri Lanka Thawheed Jamaat (SLTJ), promuovono e predicano un Islam estremista che in gran parte disprezza le pratiche e l’esistenza di altre sette e organizzazioni islamiche come il Tamil Nadu Thowheed Jamath (Tntj), nata nel 2004 da una costola dell’organizzazione non governativa musulmana Tamil Nadu Muslim Munnetra Kazagham (Tmmk) che si propone di insegnare il vero Islam sia ai musulmani, sia ai non musulmani, impegnandosi nel sociale. Per non parlare del National Thowheeth Jamaath (Ntj) che lo scorso anno aveva danneggiato statue buddiste nell’isola e che secondo i servi segreti stranieri preparava un’ondata di attentati contro le chiese e la sede diplomatica dell’India e che oggi è il principale indiziato degli attacchi di Pasqua.

Questo humus spesso trascurato dagli apparati governativi ha messo in moto il meccanismo culminato ad oggi con gli attacchi che hanno causato almeno 359 morti. Morti rivendicati da Daesh attraverso Amaq, l’agenzia di propaganda del gruppo terroristico. Il premier dello Sri Lanka Ranil Wickremesinghe ha affermato che tutti gli arrestati finora per gli attacchi di Pasqua sono cittadini cingalesi e che alcuni degli attentatori hanno viaggiato all’estero per poi rientrare in patria. Cingalesi “influenzati” dal brand del terrore che ormai è diventato Daesh, sconfitto sul campo in Siria e Iraq, ma non virtualmente.

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Chiavari, ex collaboratore di giustizia Pino Orazio ucciso con un colpo di pistola alla nuca mentre era in auto 23 Apr 11:34 PM (last hour)

È stato ritrovato morto vicino alla sua auto all’interno del silos di piazza Dante, a Chiavari, l’ex collaboratore di giustizia, Pino Orazio. Attualmente l’uomo, 70 anni, era orefice ma anni fa aveva collaborato con i magistrati dopo essere stato considerato vicino alla cosca di Benedetto Santapaola, storico boss di Catania.

L’uomo secondo le prime informazioni è stato ucciso con un colpo di pistola di piccolo calibro alla nuca a una distanza di 5-6 metri, mentre stava raggiungendo la propria macchina. La vettura era ancora chiusa. Gli agenti del commissariato di Chiavari, intervenuti per primi sul posto, hanno trovato il marsupio dell’anziano con ancora i soldi.

Gli uomini della Squadra mobile di Genova, agli ordini del primo dirigente Marco Calì, stanno acquisendo le immagini delle telecamere di sorveglianza del supermercato ma anche quelle lungo la strada che dal negozio porta al parcheggio multipiano per vedere se qualcuno lo abbia seguito. Gli investigatori avrebbero individuato alcuni testimoni che però non avrebbero indicato elementi significativi.

In un primo momento la morte di Orazio era sembrata riconducibile a un infarto: sul cadavere infatti non ci sono segni di collutazione o altre ferite. I poliziotti, al momento, non escludono alcuna pista e stanno cercando di capire se il suo passato abbia qualcosa a che fare con l’omicidio, avvenuto martedì sera.

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Inchiesta Centro oli in Val d’Agri, gip: “Eni sapeva da anni delle perdite dei serbatoi. Scelte scellerate per interessi economici” 23 Apr 11:30 PM (last hour)

Eni sapeva, ma ignorò il problema. Persino quando a segnalarlo fu un consulente ingaggiato per le verifiche su quei serbatoi che hanno sversato almeno 400 tonnellate di petrolio nel suolo e compromesso il “reticologo idrografico” della Val d’Agri, arrivando a lambire la diga del Pertusillo che rifornisce d’acqua parte della Basilicata e tutta la Puglia. Uno “stillicidio” di idrocarburi che – secondo la procura di Potenza – avrebbe causato un “disastro ambientale”. I manager del Cane a sei  zampe impegnati nel Centro oli di Viggiano lo fecero per “motivi economici” all’interno di una “precisa strategia” attuata a livello locale “ma certamente condivisa dai vertici di Milano” tesa a “nascondere i gravi problemi” di “corrosione” dei serbatoi.

“Il profitto unico faro delle scellerate scelte”
Le condotte portate avanti sono state “caratterizzate da una sconcertante malafede e spregiudicatezza”, secondo il gip Ida Iura che ha disposto i domiciliari per l’ex responsabile del Centro oli di Viggiano, Enrico Trovato, indagato con altre 13 persone e la stessa azienda. Nascondendo quanto accadeva nell’impianto lucano e non intervenendo subito per tappare i buchi dei serbatoi che contenevano il petrolio, sono quindi stati “sacrificati” per anni la tutela di salute e ambiente di fronte alle “ragioni economiche d’impresa”, definite “l’unico faro” che “ha illuminato e sorretto tutte le scellerate scelte aziendali”.

Dal Comitato tecnico “avallo ingiustificato” all’azienda
Sono accuse pesatissime quelle rivolte al management dell’azienda petrolifera nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex responsabile dell’impianto. Perché – pur non essendoci manager apicali sotto inchiesta – ricostruiscono un presunto modus operandi all’interno dell’azienda. Che avrebbe coinvolto anche i predecessori di Trovato, Andrea Palma e Ruggero Gheller, sotto inchiesta come anche 5 membri del Comitato tecnico regionale della Basilicata che avrebbero potuto forzare l’azienda all’intervento e invece diedero un “avallo ingiustificato” alle posizioni di Eni nel 2014. Così, secondo il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio, se nel febbraio 2017 le perdite non fossero venute alla luce per un malfunzionamento dell’impianto fognario i danni avrebbero potuto essere ancora più gravi.

“Corrosione ignorata. Sforzi per silenziare criticità”
Stando alla ricostruzione dei carabinieri del Noe – ai quali i pm Laura Triassi e Veronica Calcagno hanno delegato l’indagine – l’inerzia dell’azienda, dettata da motivazioni economiche, ha comunque causato un disastro ambientale. E a un anno dalla scoperta delle perdite, inquinanti come benzene, Soa, tetracloroetilene e triclorometano superavano ancora i valori soglia fino a 38 volte. Tutto “provocato dal difetto di contenimento di quattro i serbatoi” del Centro oli, interessati da “fenomeni rilevatissimi di corrosione del fondo, noti, persino studiati e volutamente ignorati dai vertici aziendali”, così da “non compromettere l’efficienza e la redditività dell’attività” che veniva “evidentemente considerata” in un’ottica “meramente economica” del tutto “sganciata dal contesto ambientale in cui era svolta”, scrive il gip del Tribunale di Potenza. Tanto che “tutto lo sforzo dei responsabili locali, con l’avallo degli organi di vertice della società – si legge nell’ordinanza – è stato quello di “silenziare” le criticità (…) allo scopo di evitare che le inevitabili problematiche ambientali rendessero” l’impianto di Viggiano “l’anello debole della catena produttiva, considerato l’interdipendenza con la struttura di Taranto”.

L’ispettore ai pm: “Per il Cova esiste solo la produzione”
A supporto della tesi ci sono le dichiarazioni di chi intervenne a Viggiano già nel 2012, ben cinque anni prima delle perdite, come l’ispettore di impianti dell’Istituto italiano di saldature, Domenico Di Donato. In un serbatoio vennero trovati “ben 8 fori”. Ascoltato dagli inquirenti nel 2018, Di Donato ha messo a verbale: “Per il Cova esiste solo la produzione (…) Avevo detto a tutti che i serbatoi B e D che stavano accanto ai serbatoi A e C, che già avevamo perso, dovevano essere nella stessa condizione e pertanto chiedevo cosa aspettassimo a ispezionarli. Era ovvio aduna persona di media intelligenza che la condizione dovesse essere la stessa”. E nel corso dell’inchiesta si è scoperto che nel 2013 Eni aveva anche dato incarico a un professore del Dipartimento di chimica del Politecnico di Milano di studiare il problema.

Il gip: “Nascondono tutto ciò che non viene scoperto”
Ma poco o nulla venne fatto, anche se l’azienda ha rivendicato in una nota il “tempestivo intervento”. Secondo il gip, invece, anche quando venne a luce lo sversamento tra l’agosto e il novembre 2016, che poi porterà nel 2017 alla chiusura dell’impianto per tre mesi, l’azienda dimostrò “clamorose inefficienze”. Da alcune intercettazioni riportate nell’ordinanza emergerebbe per la sede di Viggiano “l’inesistenza di procedure ambientali di verifica” e la “superficialità della gestione del problema della sicurezza dell’ecosistema”, nonché “la grave e inescusabile confusione in cui versava” persino il tecnico responsabile del settore Salute, Sicurezza, Ambiente del distretto Meridionale dell’azienda petrolifera. E, secondo gli inquirenti, anche dopo il febbraio 2017 Eni ha continuato “a nascondere tutto ciò che non viene scoperto” dalle autorità di controllo. Dei dipendenti citati negli atti l’unico che agì con “coscienza e scrupolo” è Gianluca Griffa, l’ex responsabile della produzione di Viggiano ritrovato morto in un bosco nel 2013. Aveva capito cosa stava accadendo già nel 2011 e denunciò ai superiori: “Volutamente era stato emarginato – scrive il gip – Ma se le precauzioni suggerite, siamo nel 2013, fossero state considerate avrebbero scongiurato il disastro ambientale scoperto quattro anni dopo”. A ringraziarlo, quasi sei anni dopo la morte, è stata la procura.

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Eni Viggiano, il manager suicida denunciò nel 2013. Il giudice: “Lo isolarono. Se ascoltato, disastro ambientale evitabile” 23 Apr 11:30 PM (last hour)

Aveva denunciato tutto in alcuni memoriali, uno dei quali si apriva con la frase “In caso capiti o mi capiti qualcosa”. L’ultimo aggiornamento ai suoi dossier, Gianluca Griffa, ex responsabile della produzione del Centro Oli dell’Eni a Viggiano, in Val d’Agri, lo aveva fatto il 7 luglio 2013. Un mese dopo venne trovato morto in un bosco al confine tra le province di Cuneo e Torino, alcuni giorni dopo la sua scomparsa. Un suicidio sul quale da più parti è ancora oggi chiesta “chiarezza”. Raccontava buona parte di quanto ora la procura di Potenza, guidata da Francesco Curcio, ha ricostruito nell’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Enrico Trovato, manager del Cane a sei zampe ed ex responsabile del Dipartimento meridionale, e vede indagate altre 13 persone. Tanto che il gip si spinge a dire che se le sue precauzioni fossero state ascoltate “avrebbero scongiurato il disastro ambientale scoperto quattro anni dopo”.

Perché, secondo i carabinieri del Noe, le perdite di greggio scoperte nel febbraio 2017 avrebbero causato l’inquinamento di acque e sottosuolo su circa 26mila metri quadri di territorio. E non fu uno sversamento isolato dai serbatoi a provocare la fuoriuscita del petrolio, quanto una vera e propria “strategia” dell’azienda che ignorò per anni lo “stillicidio” di idrocarburi dispersi da 4 serbatoi. Come denunciato da Griffa, che aveva capito tutto. Ma di fronte alle sue sollecitazioni, arrivate tra il luglio 2011 e almeno la fine del 2012, affinché si ispezionassero le cisterne i manager si “opposero”. Tanto che Griffa “veniva allontanato” dal Centro oli per “essere destinato ad altro incarico”. Eppure ora le sue accuse, le sue preoccupazioni, quel malessere che provava sentendosi isolato, sembrano essere state accertate dalla procura.

L’ingegnere, suicidatosi a 38 anni, viene citato 31 volte nelle 72 pagine di ordinanza di custodia cautelare. Il suo memoriale, scrive il gip Ida Iura, “chiude il cerchio della valutazione probatoria” perché le considerazioni di Griffa “hanno trovato un completo riscontro” nel corso dell’inchiesta. Ma la catena manageriale di Eni lo aveva “volutamente emarginato” dopo che si era “interrogato con coscienza e scrupolo sul problema fortemente sentito della sicurezza dell’impianto, cercando, nonostante ostilità intorno a sé, di trovare soluzioni, suggerendo precauzioni che, se eseguite (siamo nell’anno 2013), avrebbero scongiurato il disastro ambientale scoperto quattro anni dopo”.

L’ex responsabile, scrive il gip, “aveva appuntato che, dei quattro serbatoi di stoccaggio presenti al Centro olio di Viggiano, due avevano mostrato problemi”. Ma “con non celata amarezza” raccontava che “altri avevano deciso (”penso ordini dall’alto”)” di “tappare il tutto” senza indagare, né i problemi “sempre per ordini superiori” erano “stati ufficializzati ed erano, dunque, stati tenuti nascosti, sicchè le relative manutenzioni erano state comunicate ad Unmig (il Dipartimeto del ministero che vigila sulle estrazioni, ndr) come normali lavori”. Di fronte alle sue rimostranze verso i superiori e a causa della sua “condotta prudente”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, Griffa “era stato destinatario del chiaro messaggio di non intromettersi nella gestione dell’impianto e nelle impostazioni della produzione, poiché, con le sue paure sul possibile stato degli altri due serbatoi, “creava ansia in chi si occupava del sistema””. Ed “evidenziava di essere stato chiamato a Milano” il 22 luglio 2013 e che in quell’occasione “avrebbe provato a rifare il punto (…) per indurre il management a seguire i suoi consigli”.

Nel frattempo aveva preso a scrivere i suoi memoriali manifestando “il suo malessere nel percepirsi fuori posto” e per “essere stato collocato una settimana in ferie con il progetto di una missione all’estero per allontanarlo dal luogo e per l’individuazione di un possibile suo sostituto”. Griffa, scrive il gip, “si oppone alla mera logica della produzione, temendo un disastro ambientale” e “viene isolato e allontanato dal Cova”. Non solo, perché l’ingegnere aveva anche espresso “dubbi per la scelta di un sostituto “giovane”, come lo era stato lui all’arrivo in Val d’Agri”. A suo avviso, è un’altra accusa rivolta a Eni, “vengono scelti (…) dei giovani, perché più facilmente controllabili”.

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Pd, gli ex scissionisti di Articolo Uno tornano a casa. E a me viene in mente Fantozzi 23 Apr 11:17 PM (last hour)

Ricordo un episodio della saga di Fantozzi nel quale il ragioniere cercava di profittare di una momentanea separazione tra la signorina Silvani e Calboni, reo di averla cornificata. Le sue avances erano vanificate dai sospiri di rimpianto che ella emanava verso il suo ex. Appena Calboni si ripresenta con la bottiglia di spumante, i due si chiudono in camera riprendendo ad amoreggiare e chiudendo fuori Fantozzi, a tutti gli effetti un terzo incomodo dentro una coppia che in realtà non si era mai separata. La signorina Silvani è Articolo Uno, Calboni è il Pd. Fantozzi, ovviamente, l’elettore sincero di sinistra.

Per commentare il prevedibile epilogo della vicenda Articolo Uno (fu Liberi e Uguali), non serve scomodare tronfie allocuzioni quali “l’esaurimento della spinta propulsiva”, trattandosi in questo caso di un timido affacciarsi oltre il giardino di casa, oltrepassato il quale i venti freddi dei sondaggi hanno consigliato di fare rientro. Dopo il naufragio di LeU, coerenza avrebbe imposto una corsa solitaria che tenesse fede al patto originario con gli elettori. Non perché il federarsi a un partito più grande sia in sé un errore, quanto perché stiamo parlando del Pd, la casa dalla quale pochi mesi fa i fondatori di Articolo Uno vennero cacciati. Un partito ben lontano dall’aver eradicato il renzismo che ancora ne innerva la struttura: basti osservarne la segreteria, presidiata da una robusta guarnigione renziana. Un Pd che non ha minimamente rinnegato il calpestio dei diritti dei lavoratori, guidato ora da un segretario che ha inaugurato il suo mandato addossando ogni nequizia del presente alla sconfitta di quel referendum che intendeva sabotare l’impalcatura della Carta costituzionale, in preda alle pulsioni padronali del gruppo della Leopolda.

L’idea di voler costituire una “sinistra del Pd” è quantomeno surreale. Non ci sono riusciti prima, e non sarà possibile ora con operazioni protesiche dall’esterno, in quanto al Nazareno da tempo non c’è più un partito di sinistra. La mutazione genetica avvenuta a suon di Leopolde è stato un processo irreversibile. E dire che Articolo Uno ottenne inizialmente un riconoscimento, seppur non a due cifre, da parte di quel popolo smarrito nel bosco al quale Pier Luigi Bersani chiedeva un contributo per edificare un gruppo paritario e autonomo. Questi elettori hanno, strada facendo, assistito alla creazione di un esercito che arruolava generali, lasciando alle truppe il compito di fare proseliti verso un progetto che necessitava di voti e manovalanza.

Gli elettori autenticamente di sinistra hanno iniziato a prendere le distanze dal nuovo partito man mano che gli intenti dei vertici si palesavano. Un gruppo dirigente intrappolato in una ritualità di partito sempre più priva di contenuti e sempre più impegnato in una infinita serie di convocazioni, autoconvocazioni e scissioni, incapace di contenere le pulsioni aggregative votate al ricongiungimento alla casa madre, mascherate malamente dietro la narrazione epica dei “barbari alle porte”, utile a giustificare un cinico desiderio di ritorno a casa, al sicuro dai morsi elettorali.

Sono pochi i simpatizzanti rimasti disposti a montare i gazebo col marchio Pd-Calenda nelle medesime piazze nelle quali esordirono con le bandiere rosse fiammanti con scritto “mai con questo Pd”. Il drastico calo di consensi che Articolo Uno ha pagato nasce dal sospetto dei militanti di aver a che fare con un gruppo dirigente in cerca di collocazione, scontento delle pene che il renzismo gli fece passare, ma intimorito dall’avventura di una corsa autonoma. Qualche strapuntino salterà fuori, alle Europee o alle Regionali. Sarà la montagna che partorisce il topolino. Un topolino nutrito col formaggio messo dentro al sacchetto preparato per la grande fuga dell’adolescente, esaurito il quale il figliol prodigo sceglie di tornare a casa rimandando l’inizio della sua vita autonoma. Spiace dirlo ma stavolta la palma della coerenza va a Renzi, che li attende su quella soglia dalla quale li ha allontanati per riaccompagnarli nel sottoscala. Era meglio il bosco.

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Siri, Di Maio a La7: “Se Lega lo avesse fatto decadere, ora parleremmo di altro. M5s argine a legge armi della Lega” 23 Apr 11:16 PM (last hour)

“Il caso Siri è un inedito, nel governo non avevamo un altro indagato per corruzione che riguarda la mafia. Quando succedono queste cose, sono i cittadini i primi a dirmi ‘liberatevi di questo e andate avanti con la Lega, perché crediamo in questo governo'”. Lo ha detto il vicepremier e capo politico M5s, Luigi Di Maio, a DiMartedì, su La7. Se dalla Lega “lo avessero fatto decadere la settimana scorsa, ora staremmo a parlare di altro”, aggiunge.

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Ok, il Sig. Reddito di Cittadinanza mi comunica quando posso prendere la tessera (e i soldi) 23 Apr 11:14 PM (last hour)

La mia domanda è stata accettata. Mi è arrivato l’sms dell’Inps con tanto di notina musicale inclusa. Adesso capisco l’entusiasmo ma la nota in mezzo al numero della domanda mi pare un po’ troppo: la colpa comunque non è dell’Inps ma del mio telefono che ha deciso di festeggiare insieme a me trasformando una parte del codice in emoticon. Nonostante il problema tecnico di traduzione di codici, la cosa mi ha fatto molto ridere: mi immaginavo i burocrati dell’Inps lì a personalizzare i messaggi con i cuoricini, la faccine sorridenti, o le lacrimucce nel caso in cui debbano comunicare che “la sua domanda purtroppo è stata respinta”.

Dopo l’sms è arrivata una mail identica (il pc è meno giocherellone e mi ha lasciato il codice intatto). Il giorno successivo è arrivata una seconda mail. Questa seconda mail non arriva più dall’Inps ma direttamente dalla posta dedicata che ha come mittente “Reddito di Cittadinanza”. Non ufficio per o qualcosa del genere, proprio Reddito di Cittadinanza come se fosse una persona in carne ed ossa: il Sig. Reddito di Cittadinanza mi comunica che dal 9 maggio potrò andare in posta con il codice che mi ha mandato e un documento d’identità a ritirare la famosa tessera.

A quanto pare il Sig. Reddito ti scrive solo in caso di esito positivo: la domanda di Erika non è stata accolta ma non le è arrivata nessuna mail e nessun sms e l’ha scoperta da sola entrando nel portale dell’Inps e controllando lo stato di avanzamento della richiesta; mi ha chiamato e abbiamo cercato di capire perché ma, conoscendo lei e considerando che il suo Isee è sotto la soglia e ha compilato la domanda online, magari ha fatto qualche casino con i moduli e si è dimenticata di allegare qualcosa. Sul sito c’è solo l’esito della domanda, in questo caso rifiutata, ma non c’è altra informazione a riguardo sul perché, neanche se il rifiuto è dovuto a motivi formali (si è scordata di compilare o allegare qualcosa) o sostanziali (non ha diritto al Rdc e basta). Alla fine è venuto fuori che la colpa è del commercialista che ha fatto l’Isee e ha comunicato in ritardo una variazione, ma questo significa che è tutto da rifare daccapo.

Quindi siamo rimasti io, Lisa, Nando e Marco che finalmente è riuscito a fare la domanda nel suo Caf di Torpignattara; anche a loro ancora non è arrivata nessuna comunicazione; dopo aver sentito Erika li ho chiamati e ho detto loro di controllare sul sito di Inps. In questi giorni un po’ di casino si è scatenato anche sui social di Inps e altrove perché molti si aspettavano di ricevere 780€ e invece hanno scoperto che riceveranno una quota inferiore: in realtà il reddito di cittadinanza va a integrare i redditi che già hai, quindi l’Inps si fa carico della differenza tra quelli e la soglia dei 780, quindi se, ad esempio, ne guadagni mediamente 400, l’Inps si fa carico la differenza di 380; a me questa cosa sembrava chiarissima dall’inizio e l’avevo ben presente nel momento della compilazione della domanda: l’Inps non ti regala ottocento euro in maniera indiscriminata, semplicemente ti aiuta a raggiungere quella soglia nell’attesa che tu torni a guadagnare un po’ di più. Sono entrata nel portale per controllare e nel mio caso, ad esempio, il contributo mensile sarà di 426,24 euro.

Ora il meccanismo più strano e perverso secondo me è che in pratica questi soldi “dovrò” spenderli tutti: infatti se nell’arco del mese non spendi tutti i soldi, il mese successivo il tuo contributo viene ridotto in percentuale. Se ad esempio non hai speso 100 euro, il mese successivo ti danno 20 euro di meno. Quello che ancora non ho capito è se dopo la riduzione il contributo risale e torna a essere quello di prima o resta decurtato sempre di venti euro tutti i mesi. Non che una con il contributo voglia mettersi i soldi da parte (mettere soldi da parte è un’utopia), ma magari uno può decidere di provare a risparmiare cento euro per due mesi per andare dal dentista, o per i famosi occhiali nuovi e non è che proprio tutti accettano i pagamenti a rate; ancora più banalmente, non tutte le bollette sono mensili. Vero è che io sono “fortunata” e ho i miei 353,76 euro teorici di differenza che posso gestire come voglio e mi permettono un minimo di calibrare le spese di mese in mese, ma chi magari è messo peggio di me davvero non ha la possibilità di gestire con un minimo di autonomia la cifra che riceve mensilmente.

Ora il passaggio successivo è capire come funzionano i moduli Rdc-Com eccetera: la cosa intuitiva è che se ti assumono devi comunicarlo all’Inps e ti viene scalato dal contributo quello che guadagni. Questo è chiaro per i lavori in cui vieni assunto, per qualche anno o qualche mese o a tempo indeterminato ma è un po’ meno intuitivo nel caso di lavori spot, che sono quelli che mi capitano di solito, quindi direi che da qui al 9 maggio cerco di capire come funzionano questi modelli; dai che forse il mese prossimo riesco davvero a cambiare gli occhiali.

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Clima, per evitare il disastro serve un cambio drastico. E il governo sta facendo altro 23 Apr 11:14 PM (last hour)

di Veronica Aneris* 

Mentre venerdì in piazza del Popolo a Roma migliaia di giovani chiedevano azioni serie e concrete contro il cambiamento climatico, il governo sembrava continuare a fare orecchie da mercante, varando nuove misure totalmente anacronistiche. Un esempio? Il nuovo Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile appena presentato dal ministero dei Trasporti, che purtroppo di “strategico” ha ben poco. Il Piano annuncia che i 3,7 miliardi di euro a disposizione del governo per rinnovare la vetusta flotta di trasporto pubblico saranno spesi per bus a metano, elettrici e a idrogeno. E qui, trova l’intruso!

Non si sa più come spiegare ai decisori politici che il gas, anche se si chiama gas naturale, è a tutti gli effetti un combustibile fossile! In quanto tale, non permette di decarbonizzare. Non è una “tecnologia ponte”, ma piuttosto un vicolo cieco, una scelta miope, che rischia di assorbire un’immane quantità di fondi per costruire infrastrutture che andranno smantellate pochi anni dopo. Inoltre, a causa del suo elevato potere serra (pari a circa 30 volte quello della CO2) il metano andrà a consumare in poco tempo una quantità considerevole del prezioso budget di carbonio che ci resta a disposizione.

La stessa considerazione vale per la bozza di Piano nazionale energia e clima 2030 (Pniec), inviata dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico a Bruxelles il gennaio scorso e per cui la consultazione pubblica sta per concludersi: gas per i trasporti in abbondanza, insieme ad altre misure drammaticamente inadeguate. Ora, arrivare a un trasporto a zero emissioni al più tardi al 2050, come richiede l’accordo di Parigi, non è di certo cosa facile, né ovvia. Non ci si arriva con timide misure di breve termine: bisogna piuttosto prendere il toro per le corna e andare dritti verso l’obiettivo finale.

La prima cosa da fare è prendere coscienza della sfida che abbiamo di fronte. Come mostrato nel recente rapporto di T&E Emission reduction strategies for the Italian transport sector, per rispettare l’obiettivo 2030 nei trasporti dobbiamo tagliare nei prossimi dieci anni circa 23 milioni di tonnellate di CO2 (il 33% dei livelli del 2005) e questo di per sé appare già complicato. Ma il grosso del lavoro viene negli anni successivi, nei quali andranno portate a zero i 77 milioni di tonnellate di CO2 che restano. Quindi la velocità di riduzione post-2030 dovrà essere di gran lunga superiore di quella richiesta nel periodo 2020-2030.

Come si fa? L’unico modo è varare misure scalabili nel tempo che facciano da apripista per la decarbonizzazione del settore. Il gas sarà forse scalabile entro certi limiti, ma essendo fossile va nella direzione contraria all’obiettivo. I biocombustibili, a cui il Pniec sembra assegnare un ruolo prioritario, non possiedono queste carattere di scalabilità: semplicemente, non siamo in grado di produrne a sufficienza per costruirci sopra un intero sistema di trasporti.

Scalabile è invece l’elettrificazione e su questa bisogna investire in maniera molto, ma molto più decisa. Contemporaneamente, va ridotta drasticamente la domanda di energia finale del settore, rivoluzionando il modo in cui muoviamo merci e passeggeri. L’auto privata deve scomparire dalle città una volta per tutte per lasciare il posto a un trasporto pubblico elettrico che collabora e si integra con la mobilità attiva e le nuove forme di mobilità. E anche qui le misure proposte non sono adeguate.

C’è veramente da chiedersi se i decisori politici siano minimamente consapevoli dell’importanza epocale che caratterizza questi documenti programmatici. Le scelte di oggi condizioneranno drasticamente la nostra possibilità, o meno, di mantenere la temperatura del pianeta entro limiti accettabili. Ce lo ricordano i documenti della comunità scientifica internazionale, Greta Thunberg e le migliaia di studenti che manifestano nelle piazze tutti i venerdì nei #FridaysForFuture: la siccità crescente, la frequenza degli incendi e i disastri ambientali di cui il nostro Paese è stato recentemente teatro.

Se vogliamo evitare il disastro, i decisori dovranno armarsi di una buona dose di audacia, coerenza e lungimiranza per varare misure che siano all’altezza, ma soprattutto dovranno essere consapevoli della grande responsabilità che detengono. Si tratta della nostra ultima chance, e bisogna raddrizzare in fretta il timone nella giusta direzione.

*Responsabile per l’Italia di Transport & Environment

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Scuola, accordo nella notte tra governo e sindacati: “Più risorse per il rinnovo contrattuale e soluzioni per precariato” 23 Apr 10:43 PM (2 hours ago)

L’accordo è stato siglato a notte fonda, dentro Palazzo Chigi, teatro fino a poco prima dello scontro tra Lega e M5s. I sindacati del mondo della scuola e il governo – presente con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Istruzione Bussetti – hanno trovato l’intesa attorno alla promessa di più risorse per il rinnovo contrattuale e soluzioni per il precariato. E così è stato disinnescato anche lo sciopero proclamato per il prossimo 17 maggio, al momento “sospeso”.

I sindacati – erano presenti i comparti scuola di Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda – e il governo hanno convenuto sull’opportunità di avviare l’iter del rinnovo del contratto collettivo di lavoro, scaduto nel dicembre scorso e il ministro Bussetti si è impegnato a garantire il recupero graduale nel triennio del potere di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori. Conte e Bussetti, inoltre – era presente anche il sottosegretario all’Istruzione Salvatore Giuliano – si sono impegnati, a nome del governo, a reperire ulteriori risorse finanziarie da destinare specificamente al personale scolastico in occasione della prossima legge di Bilancio proprio per avviare un percorso che permetta un graduale avvicinamento dei docenti italiani e del personale Ata alla media degli stipendi di quelli europei.

Sul fronte dell’università e della ricerca, il governo, secondo quanto si è appreso, si è impegnato a consentire una maggiore flessibilità nel’utilizzo del salario accessorio e ad incrementare il personale che svolge attività di ricerca e didattica. Sul fronte dell’autonomia differenziata, fortemente osteggiata dai sindacati della scuola con iniziative che vanno avanti da mesi, questi hanno ottenuto l’impegno a salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale di istruzione e ricerca, garantendo un sistema di reclutamento uniforme e che tutto il personale abbia uno stesso contratto collettivo.

“Giornata o, meglio, notte impegnativa. Sono le 6 del mattino e si è appena conclusa una riunione fiume con i sindacati della scuola: istruzione e ricerca sono un comparto strategico per il Paese e una priorità di questo governo”, ha scritto il premier su Facebook quand’era ormai l’alba. “Consapevole di dover investire di più” nella scuola, “pur in un quadro di finanza pubblica che purtroppo ci pone dei vincoli, il governo si è impegnato a individuare le risorse necessarie per il rinnovo dei contratti, assicurando un congruo incremento degli stipendi”.

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“A 36 anni un aneurisma mi ha stravolto la vita. Lo sport mi ha fatto rinascere e ora sono campione del mondo di triciclo” 23 Apr 10:12 PM (2 hours ago)

“Meritiamo rispetto!”. Quando chiedi a Leonardo Melle cosa deve cambiare nell’approccio al mondo della disabilità la sua risposta è chiara, semplice, precisa. A 36 anni Leonardo è stato improvvisamente colpito da un aneurisma cerebrale: era pomeriggio, stava riposando e un’arteria gli è esplosa nel cervello. Dopo il coma, la riabilitazione, oggi Leonardo è riuscito a vincere la sua battaglia personale, sfidando anche i dubbi dei medici: è salito sul suo triciclo e ha cominciato a partecipare a gare regionali, nazionali e internazionali. Diventando campione del mondo della disciplina. “E c’era qualcuno che diceva che sarebbe stato impossibile”, sorride.

Oggi Leonardo ha 47 anni, vive a Manduria e ricorda perfettamente il momento in cui è cambiata la sua vita. Aveva una compagna, un lavoro di cui andare fiero, era a capo di un’impresa con diversi dipendenti ed era conosciuto da tutti in paese. Poi, il crollo. “Non te lo aspetteresti mai. Un pomeriggio, mentre riposavo nel mio letto, mi è praticamente esplosa un’arteria nel mio cervello”, racconta. Quando arriva l’ambulanza Leonardo è già in coma, in ospedale tentano di rianimarlo: si arriva a un punto in cui non c’è più funzione cerebrale. “Così, mentre in paese mi avevano già dichiarato morto – sorride amaro – io mi risvegliavo”. L’operazione dura nove ore: “I medici non si spiegano come abbia fatto a riprendermi”.

I medici non si spiegano come abbia fatto a riprendermi

Così a 36 anni comincia la sua seconda vita. Il nuovo traguardo era lasciare il letto e riuscire a stare sulla sedia a rotelle: “Andare sulla carrozzina sarebbe stata la cosa più bella al mondo”, ricorda. Leonardo ne fa mettere una dal caporeparto proprio davanti al suo letto. “Mi legavo con le braccia e grazie ai miei compagni di stanza me ne andavo per i corridoi, di notte, mentre quasi tutti dormivano in ospedale”.

È vero, Leonardo non riesce a camminare bene né a stare in piedi a lungo: i muscoli non reggono abbastanza. È come se una metà del corpo, la sinistra, fosse completamente inerme. L’altra metà, invece, ha 47 anni. Ed è in questo contesto che si inserisce la sua voglia di fare sport. Di sentire il vento in faccia. Magari pedalando.

Durante la riabilitazione Leonardo conosce la sua attuale compagna, Rosa, nella sala d’attesa di uno studio di fisioterapia. “Mentre facevo terapia ho sognato di andare sulla cyclette: quando ho fatto le prime pedalate ho pianto per un giorno intero”. Ma Leonardo non si ferma: chiama suo zio, che di professione fa il falegname, e si fa realizzare delle protesi di legno. “Prima sono uscito in corridoio, poi nel cortile, e infine in strada”.

Lo sport per Leonardo è vita, nel vero senso della parola. “Per me è stato come rinascere e tornare a esistere come persona con la mia individualità, senza nascondermi”. Ma le battaglie sono solo all’inizio: purtroppo in Italia per Leonardo la disabilità non trova ancora pieno riconoscimento. “I disabili devono vivere, non sopravvivere. Possiamo avere i nostri obiettivi che ci tendono la mano. Lo sport ci aiuta ad afferrarla e ci spinge a provarci”.

Vivere al Sud significa anche stare fuori dal mondo sportivo paralimpico che conta veramente. Viviamo quasi da emarginati

I risultati sportivi non si sono fatti attendere. Dal 2015 al 2017 Leonardo è stato campione italiano ed europeo; per 5 anni consecutivi è stato al primo posto del ranking mondiale; nel 2017 è stato vicecampione del mondo in Sudafrica sulla prova in linea e medaglia di bronzo in quella a cronometro; nel 2018 ha indossato la maglia di campione del mondo nelle gare in Olanda e in Belgio. “Doveva partire alle 13 per Bruxelles, gli ho consegnato le ruote alle 12,30 lavorando tutta la notte, mia moglie pensava fossi impazzito”, racconta Luigi Dimitri, operaio che ha lavorato alla costruzione del suo triciclo professionale che contribuisce in piccola parte alle sue vittorie in giro per il pianeta.

Leonardo fa parte di un team, il Calcagni Asi Heyoka, che gli permette di allenarsi quotidianamente, vivendo lo sport con serenità e gioia. “Essere meridionale mi riempie di orgoglio, ma vivere al Sud significa anche stare fuori dal mondo sportivo paralimpico che conta veramente, viviamo quasi da emarginati”, conclude. Solo la grande passione e la voglia di andare avanti lo spingono a sopportare ogni difficoltà burocratica ed economica. “La disabilità è una risorsa non un tabù, i media devono aiutarci e non strumentalizzarci. Non siamo baracconi da circo”.

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Il Venezuela e l’opzione dell’intervento militare Usa: “Rovesciarono 41 governi in Sudamerica” 23 Apr 10:11 PM (2 hours ago)

Anche se finora esclusa, l’opzione di un intervento militare in Venezuela, ventilata dagli Stati Uniti di Donald Trump, rimane comunque sul tavolo come extrema ratio. Quella di agire militarmente in America Latina non è certo una novità per gli americani, anzi. Uno studio pubblicato nel 2005 da John Coatsworth, docente dell’università di Harvard, e tornato a circolare sui media sudamericani in questi giorni ha calcolato come tra il 1898 e 1994 gli Stati Uniti siano intervenuti ufficialmente per cambiare i governi dell’America Latina in ben 41 occasioni, cioé una volta ogni 2,5 anni quasi. In quasi tutti i casi gli interventi sono iniziati ai primi del ‘900, continuati poi per tutto il secolo, e spesso presentati come l’unica soluzione per risolvere le loro crisi interne o proteggere gli interessi dei cittadini Usa che vivevano lì.

Uno dei casi più noti è quello di Cuba. Impegnata dal 1895 nella guerra di indipendenza contro la Spagna, l’isola caraibica vide partecipare anche gli Stati Uniti alla cosiddetta guerra ispano-statunitense del 1898. Ci fu un governo militare americano di quattro anni nell’isola, ma la sua influenza, anche grazie alla base navale di Guantanamo, aumentò nel tempo. Le forze armate Usa furono chiamate nel 1906 dal governo cubano di Estrada Palma per far fronte ad un’insurrezione interna, e tornarono nuovamente nel 1917 con lo sbarco dei marines.

Panama è un altro dei paesi latinoamericani la cui storia si è incrociata parecchie volte con il gigante nordamericano. Nel 1903 l’intervento di Washington fu determinante per aiutare il paese a separarsi dalla Colombia, di cui faceva parte, e per cui ricevette in cambio 16 chilometri nella zona del canale in concessione perpetua, lasciando così il paese fisicamente diviso in due, fino al 1999 quando recuperò la sovranità sul suo territorio. Nel 1989 gli Usa bombardarono Città di Panama per catturare il generale Manuel Antonio Noriega, governatore di fatto del Paese, accusato di narcotraffico, uccidendo tra i 500 e 4000 civili (a seconda delle fonti).

In Nicaragua l’intervento americano è stato ancora più pesante e continuo. Iniziato di fatto nel 1900 con l’appoggio alla rivolta contro il presidente José Santos Zelaya, è poi continuato con lo sbarco dei marines nel 1910 dopo l’esecuzione di due cittadini americani, ed è continuato sostenendo sempre i conservatori al governo. Nel 1927 furono inviati di nuovo soldati per la guerra civile seguita al golpe del generale conservatore Emiliano Chamorro, in cui affrontarono il movimento guerrigliero di Augusto César Sandino, contrario all’occupazione Usa. Nel 1933 finì la ribellione e gli americani andarono via, lasciando Anastasio Somoza a capo della Guarda nazionale creata da Washington, come unica forza armata del paese. Sandino fu assassinato nel 1934, mentre il presidente Juan Batista Sacasa fu rovesciato da Anastasio Somoza, che rimase al potere per quasi 20 anni, con l’appoggio degli Usa.

Interventi si sono verificati anche in Messico, Repubblica Dominicana, Granada e Haiti, ultimo scenario di un intervento diretto degli Stati Uniti. Anche in quest’ultimo caso furono i marines a sbarcare nel 1915, e l’intromissione degli Usa durò fino al 1934. Poi nel 1994 Washington ha guidato la coalizione internazionale e le forze militari che invasero l’isola, riuscendo a convincere il governo militare, che aveva preso il potere nel ’91, a lasciarlo e indire nuove elezioni. Il Guatemala invece subì un colpo di Stato nel 1954 per via di un’operazione orchestrata dalla Cia per far cadere il presidente Jacobo Árbenz Guzmán, ‘colpevole’ di aver avviato politiche considerate comuniste dagli Usa, come la riforma agraria e le espropriazioni che danneggiavano la United Fruit Company.

E questi sono solo i casi di intervento diretto ‘ufficiale e riuscito’. Ci sono poi da aggiungere quelli (non citati nell’articolo di Harvard) falliti in cui gli Usa hanno tentato di deporre un governo, come nella Baia dei porci a Cuba nel 1961, e i 27 interventi ‘indiretti’, in cui hanno appoggiato ‘attori’ locali, come con il golpe militare in Cile di Augusto Pinochet contro Salvador Allende nel 1973. Le cose non sembrano cambiate molto dunque, da quando James Monroe proclamò nel 1823 il diritto per gli Stati Uniti di intervenire per stabilizzare gli stati deboli nelle Americhe, poi rafforzato da Theodore Roosevelt con il suo corollario, che rafforzò ulteriormente l’egemonia regionale statunitense, e infine dalla visione di Woodrow Wilson di diffusione della democrazia e della pace sotto l’egida americana.

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Ente nazionale cinofilia tra veleni, irregolarità e sospetti: due interrogazioni parlamentari alla vigilia dell’assemblea 23 Apr 10:10 PM (2 hours ago)

Fino all’ultimo pedigree di segugi, mastini, bracchi, cani da pastore, volpini e levrieri. Il mondo degli allevatori italiani di cani, un affare da milioni di euro all’anno, è in subbuglio. Il 25 aprile si celebra l’assemblea annuale e si affilano i denti in vista di una resa dei conti senza precedenti tra il presidente uscente Dino Muto e una cordata condotta da Francesco Balducci. A scoperchiare il pentolone sono due interrogazioni parlamentari presentate in contemporanea alla Camera e al Senato da esponenti del Movimento 5 Stelle, che chiedono ai ministri dell’Agricoltura e della Salute che cosa stia accadendo nella gestione dell’Ente nazionale cinofilia italiana (Enci). È l’associazione senza fini di lucro che è delegata dallo Stato alla tenuta dei libri genealogici e che emette i certificati di origine degli animali, con valore di atti pubblici. Secondo il deputato calabrese Carmelo Massimo Misiti vi sarebbero una serie di irregolarità nella gestione dell’ente.

Ad esempio “numerose segnalazioni in tema di certificazioni provenienti da diversi cinofili” rimaste lettera morta. Ma anche “criticità in relazione ai controlli sul comportamento deontologico dei giudici/esperti” che si occupano della valutazione delle razze “utilizzate come cani guida per non vedenti o cani da soccorso o nelle terapie assistite da animali da compagnia (Pet Therapy), con conseguente rischio per la salute e l’incolumità di bambini, anziani e persone con disabilità”. Il mondo dei cani muove interessi colossali. Basti pensare che, secondo il rapporto Zoomafie del 2018, la tratta dei cuccioli vale 300 milioni di euro, con 8mila animali importati illegalmente ogni settimana, spesso accompagnati da documentazione contraffatta e venduti a prezzi che oscillano tra i 60 e i 1200 euro.

I senatori Cinquestelle ricordano come nel 2017 il ministro competente ammise un solo caso di 168 cani sequestrati e 61 pedigree Enci contraffatti, mentre le denunce inviate a strutture pubbliche e Procure sarebbero molto più numerose e riguardano “false dichiarazioni sulla genealogia di cucciolate ed episodi di corruzione di esperti giudici per favorire certificazioni immeritate”. Nonostante questo, l’Enci non avrebbe ritirato i certificati alterati, compresi quelli dei discendenti, aumentando quindi il sospetto di irregolarità. Ad indagare, in un caso, sarebbe scesa in campo anche la Procura distrettuale antimafia di Lecce. “I soci collettivi (gruppi cinofili e associazioni specializzate) che non accettano questo modus operandi sono commissariati, fuori dalle previsioni statutarie e a volte oltre i limiti consentiti” scrivono i senatori. Gli allevatori singoli, invece, avrebbero subito provvedimenti disciplinari.

Ma c’è un altro filone che riguarda i rapporti tra l’Enci e la società Skorpio srl che risulta proprietaria del palazzo sede dell’ente, in via Corsica a Milano, prima messa in liquidazione, poi trasformata in Enci Servizi. Con una situazione paradossale: “Ad oggi l’Enci si trova a pagare 200mila euro l’anno per la locazione dell’immobile che ospita la propria sede, acquistato a suo tempo per oltre 6 miliardi di lire”. Come non bastasse tra società che gestiscono la tenuta degli elenchi dei cani, ci sarebbe un balletto di cariche, con conseguenti prebende. Alla vigilia dell’assemblea, che si tiene il 25 aprile, i parlamentari chiedono al ministro dell’agricoltura addirittura il commissariamento dell’Enci e “in alternativa, di disporre l’immediato ritiro dei libri genealogici, dei registri anagrafici e della delega per il rilascio dei certificati di origine”. La resa dei conti il 25 aprile, all’hotel Michelangelo di Milano, quando per il rinnovo delle cariche si confronteranno due liste. Quella del presidente uscente Dino Muto e quella di chi contesta la linea ufficiale, capeggiata da Francesco Balducci, che nel programma contiene molte osservazioni finite ora in Parlamento.

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Portogallo, conti a posto e disoccupazione ai minimi. Ma tra investimenti fermi e affitti alle stelle i giovani emigrano 23 Apr 10:09 PM (2 hours ago)

Pil in crescita dell’1,9%, deficit vicino allo zero, pareggio di bilancio a portata di mano e disoccupazione ai minimi dal 2004. Ma il rovescio della medaglia sono gli investimenti pubblici al lumicino, frenati dal terzo debito pubblico europeo, e il tasso di emigrazione maggiore dell’Europa, complice l’esplosione dei prezzi delle case gonfiati dalla speculazione dei fondi immobiliari. Il Portogallo che torna alle urne il prossimo ottobre ha sperimentato negli ultimi anni un boom del turismo, e la crescita di alcuni settori dell’economia come il tech insieme all’aumento delle esportazioni ha contribuito a trainarlo fuori dalle secche di un deficit dell’11% e di un bailout da quasi 80 miliardi di euro. Un quadro apparentemente brillante a cui fanno però da contraltare i dati su disuguaglianza sociale e povertà.

Per ora i sondaggi sorridono al primo ministro Antonio Costa: stando alle ultime rilevazioni dell’istituto lusitano Eurosondagem, il 52,5% degli elettori esprime un giudizio positivo sull’operato del premier, contro una quota negativa del 25,7 per cento. La geringonça, ovvero l’inedita alleanza tra il Partito Socialista, il Blocco di Sinistra e la Cdu, che include Comunisti e Verdi, e che nel 2015 ha permesso la nascita di un governo monocolore socialista, secondo le stime potrebbe mantenere la maggioranza. Merito anche di una crescita sostenuta, anche se il ministro delle finanze Mario Centeno ha appena rivisto al ribasso le stime per il 2019 contenute nel cosiddetto Programma di Stabilità 2019-2023, sottolineando il generale contesto di incertezza internazionale. Il pil è dato ora in salita dell’1,9% contro il +2,2% indicato nell’ultima legge di bilancio e il +2,1% del 2018.

Il ribasso è provocato da una riduzione della domanda interna. Restano tuttavia inalterate le previsioni sul deficit, allo 0,2% del Pil per il 2019, mentre per il 2020 e 2021 si punta per la prima volta in oltre 40 anni a un surplus, rispettivamente dello 0,3 e 0,9 per cento. Questa roadmap consentirebbe di ridurre l’imponente debito pubblico, che rimane il terzo dell’Unione Europea al 124,9% del Pil. L’ambizioso obiettivo è di portarlo al 118,6% al termine di quest’anno e al 99,6% nel 2023, ma il Fmi ritiene improbabile che questo accada almeno prima del 2025. Lo scorso ottobre Moody’s ha premiato gli sforzi del Paese lusitano portando il proprio giudizio al di fuori del livello “junk”, spazzatura, dove era finito nel 2011, e rialzandolo invece al livello “investment”. L’agenzia aveva portato il rating da Baa3 a Ba1, cambiando il proprio outlook da “stabile” a “positivo”.

Nel 2018 però gli investimenti pubblici si sono fermati a 4,14 miliardi, nonostante un budget iniziale di 4,53 miliardi. Nel 2018 hanno rappresentato il 2,1% del Pil, in crescita rispetto all’1,5% del 2016 ma ben lontani dal 5,4% del 1960, secondo Pedro Brinca, economista della Nova School of Business & Economics. A Reuters, Brinca ha dichiarato che la riduzione dello stock di capitale “potrebbe avere seri effetti per la crescita economica”.

David Lipton, First Deputy Managing Director del Fondo Monetario Internazionale, ha recentemente lodato i progressi compiuti da Lisbona, sottolineando la riduzione della disoccupazione dal 16% del 2013 al 6,7% di oggi, il livello più basso dal 2004. “C’è stato un chiaro declino della disoccupazione a lungo termine e un impressionante riduzione della disoccupazione giovanile, che non è lontana dalla media Ue”, ha dichiarato. Dimenticando tuttavia che Lisbona detiene in proporzione al numero di abitanti il tasso di emigrazione maggiore dell’Europa. Si stima che tra le 120mila e le 150mila persone, in prevalenza millennials, lascino il Paese ogni anno, e che oltre 2 milioni di portoghesi vivano all’estero: cifre rilevanti per un Paese di poco più di 10 milioni di abitanti. E dove l’età media è passata da 37,9 anni del 2000 ai 46,2 previsti nel 2020.

Il turismo da record non basta e al contrario ha determinato dei riflessi imprevisti nel mercato immobiliare, raccontati anche sul mensile Fq Millennium lo scorso ottobre. Gli oltre 12 milioni di visitatori giunti nel Paese nel 2017 hanno contribuito a fenomeni speculativi nel real estate, e fondi immobiliari stranieri hanno iniziato a fare incetta di appartamenti nei centri cittadini spingendo i residenti verso le periferie. E se questo è avvenuto principalmente nei centri di Lisbona, Oporto e dell’Algarve, in tutto il Paese secondo la Banca del Portogallo i prezzi delle case sono cresciuti del 27% in termini reali tra il 2013 e il 2017. Secondo l‘Istituto Nazionale di Statistica, oltre due milioni di portoghesi restano a rischio di povertà o di esclusione sociale. Le fasce di maggiore vulnerabilità, secondo le stime del 2018, sono quelle degli anziani e dei giovani: 451.000 oltre i 65 anni, ovvero il 18,8% e 431.000 ragazzi al di sotto dei 18 anni, il 18 per cento. Lo scorso anno il presidente del Portogallo Marcelo Rebelo de Sousa ha dichiarato: “È una disgrazia nazionale essere una delle società più diseguali e con così alto rischio di povertà in Europa. Nessuno può essere felice fingendo che non ci sia povertà intorno”.

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Dichiarazione dei redditi, precompilata 2019 ai blocchi di partenza con la nuova tornata di detrazioni e deduzioni 23 Apr 10:09 PM (2 hours ago)

Dieci novità per la dichiarazione dei redditi 2019. Si va dalle deduzioni a favore delle Onlus a quelle per il trasporto pubblico fino alle detrazioni dei contributi associativi alle società di mutuo soccorso. Tutte misure che allungano ancora l’elenco di 636 voci di deduzioni, esenzioni, detrazioni e regimi speciali che costano alle casse pubbliche oltre 75 miliardi l’anno.

Nel dettaglio, per la stagione dichiarativa, appena inaugurata dall’Agenzia delle Entrate con la precompilata 2019, il contribuente potrà continuare a dedurre le erogazioni liberali a favore di Onlus, Organizzazioni di Volontariato (OV) e associazioni di promozione sociale (APS). Il denaro donato o le erogazioni in natura sono infatti deducibili dal benefattore nella misura del 10 per cento del reddito complessivo dichiarato. Nel caso in cui la deduzione sia superiore al reddito, l’eccedenza potrà essere “scontata” nei periodi di imposta successivi fino a concorrenza dell’ammontare. Ma, al massimo, nel giro di quattro anni. In alternativa, per le donazioni ad Onlus e Aps, il contribuente potrà detrarre il 30% dell’erogazione liberale, contro il precedente 26%, per un importo complessivo non superiore a 30mila euro. Nel caso la donazione vada invece ad un’organizzazione di volontariato, l’aliquota di detrazione salirà al 35 per cento.

Quest’anno in dichiarazione dei redditi si potrà anche portare in detrazione le spese per l’abbonamento sul trasporto pubblico locale per un importo non superiore a 250 euro con uno sconto del 19 per cento. Lo stesso beneficio spetta anche su spese per assicurazione contro eventi calamitosi e gli esborsi sostenuti in favore dei minori o di maggiorenni, con diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici.

Previste, inoltre, nuove detrazione di contributi associativi alle società di mutuo soccorso. Rispetto al passato, la novità è che il legislatore ha innalzato a 1.300 euro il limite di detrazione. Con l’attuale stagione dichiarativa entra poi nella fase operativa anche il bonus verde: è infatti possibile portare in detrazione dall’Irpef le spese sostenute per la sistemazione di giardini e terrazzi con uno sconto del 36% su un importo massimo di 5mila euro per unità immobiliare ad uso abitativo. Il bonus vale anche, pro-quota per condomino, relativamente agli interventi sulle parti comuni esterne degli edifici condominiali.

Con la dichiarazione dei redditi prodotti nel 2018 si consolidano poi anche gli sconti per i lavori sugli immobili finalizzati al risparmio energetico. “Sono state introdotte nuove tipologie di interventi agevolabili con aliquota di detrazione al 65 per cento o con aliquote dell’80 o dell’85 per cento”, si legge nelle istruzioni fornite ai contribuenti dall’Agenzia delle Entrate che ricorda come per le ristrutturazioni dal 21 novembre 2018, per alcuni interventi, va effettuata la comunicazione all’Enea.

Inoltre, da quest’anno il beneficiario di rendita integrativa temporanea anticipata (RITA) potrà decidere se avvalersi in dichiarazione della tassazione ordinaria al posto di quella sostitutiva applicata direttamente dal soggetto che eroga la rendita. Infine, la stagione dichiarativa appena avviata introduce la deduzione di premi e contributi versati alla previdenza complementare dei dipendenti pubblici. “A decorrere dal primo gennaio 2018, ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, si applicano le medesime disposizioni previste per i dipendenti privati riguardo la deducibilità dei premi e contributi versati per la previdenza complementare”, conclude l’Agenzia che consente ai contribuenti di accettare o modificare la precompilata a partire dal 2 maggio. E per dubbi e necessità assiste i contribuenti al telefono – 800.90.96.96 (da fisso), 06-96668907 (da cellulare) – +39 0696668933 (da estero) – agli sportelli (qui l’elencodegli uffici) e sulla pagina facebook delle Entrate.

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Cdm, scontro Lega-M5s: il Salva Roma approvato a metà. Conte a Salvini: “Non siamo i tuoi passacarte” 23 Apr 9:00 PM (3 hours ago)

La tensione tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il premier Giuseppe Conte contro il vice del Carroccio: “Non siamo i tuoi passacarte”. Ma innervosito anche, secondo altre ricostruzioni, con il leader M5s: “Vuoi far cadere tutto?”. La mediazione per il governo è arrivata solo dopo quattro ore di Consiglio dei ministri: approvati gli indennizzi per i truffati alla banche, mentre il Salva Roma, fortemente osteggiato dalla Lega, è passato solo a metà.

All’uscita da Palazzo Chigi, la Lega, per bocca del vicepremier Matteo Salvini, si è dichiarata soddisfatta perché “i debiti della Raggi non saranno pagati da tutti gli italiani, ma restano in carico alla sindaca: “Lega soddisfatta. Stralciati i commi 2,3,4,5,6 della norma salva Raggi”, ha detto ai cronisti. Ha parlato invece di “norma approvata a metà” pur dichiarandosi contento anche il Movimento 5 stelle: “Il Cdm ha dato via libera ai commi 1 e 7, sugli altri deciderà il Parlamento. È un punto di partenza, siamo sicuri che il Parlamento saprà migliorare ancora di più un provvedimento che, a costo zero, fa risparmiare soldi non solo ai romani ma a tutti gli italiani”. I commi stralciati disciplinavano la possibile assunzione a carico del bilancio dello Stato degli oneri derivanti dal pagamento degli interessi e del capitale delle obbligazioni del Comune “attualmente inclusi nella massa passiva della gestione commissariale per il piano di rientro del debito pregresso della capitale”.

La serata, però, si era aperta all’insegna della tensione, con Salvini e l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, che hanno partecipato al Consiglio quasi da separati in casa. La riunione di governo doveva essere l’occasione del primo faccia a faccia tra i leader di Lega e M5s al culmine di uno scontro lungo due settimane. E invece alle 19 (col Cdm rinviato di un’ora, inizierà poi alle 20) c’è solo Salvini, con il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e tutti gli altri ministri leghisti. Per i grillini, invece, all’inizio vanno solo in tre: Barbara Lezzi, Alberto Bonisoli ed Elisabetta Trenta. Grande assente Luigi Di Maio. Almeno in un primo momento. Impegnato nella registrazione di Di Martedì, il leader del M5s si è recato al Cdm solo dopo le 21. Quando Salvini era già uscito in cortile, aveva rilasciato alcune dichiarazioni ai giornalisti sullo stralcio della norma Salva Roma, versione successivamente smentita, e solo dopo era rientrato alla riunione. Una mossa che, secondo fonti di governo, ha mandato su tutte le furie il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Porta rispetto – ha detto irritato per la forzatura del vicepremier -, non siamo i tuoi passacarte“. Quindi, secondo le ricostruzioni dei quotidiani, avrebbe gridato: “Non ti permettere”. La staffetta tra vicepremier ha portato allo scoperto i due principali fronti di scontro degli ultimi giorni: il Salva Roma, cioè il provvedimento che taglia il debito della Capitale, e soprattutto il futuro del sottosegretario Armando Siri, indagato per corruzione.

Il M5s intanto è andato a riprendere il contenuto di una mail interna al Mef, datata 4 aprile, nella quale il sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Garavaglia, dà il proprio ok alla norma Salva Roma: “Molto bene, a questo punto si può mettere nel testo”, si leggeva. Così non è stato.

Video di M.Lanaro

Salvini: “Siri resta al suo posto” – Uscendo da Palazzo Chigi, Salvini blinda di nuovo il suo uomo finito sotto inchiesta: “Abbiamo piena fiducia nella magistratura italiana che faccia bene e in fretta. Detto ciò in uno Stato di diritto si è colpevoli quando viene dimostrato. Per quello che mi riguarda, resta al suo posto“, dice il vicepremier leghista. Che poi prende le distanze anche da Paolo Arata, socio di Vito Nicastri e responsabile del programma della Lega per l’ambiente: “È venuto una volta ad un convegno – sostiene il ministro dell’Interno – come docente ed esperto in energia, è l’unica occasione in cui l’ho incontrato. Ho incontrato centinaia di persone, a queste centinaia di persone non chiedo frequentazioni e partecipazioni societarie. Se ha sbagliato, questo signore suddetto pagherà”. E sul contratto di governo, dove secondo i 5 stelle proprio la Lega avrebbe insistito per inserire il “punto sul biometano” (altro favore ad Arata), il titolare del Viminale dice: “Ai 5 stelle ho poco da rispondere, non abbiamo visto una lira. E se devo guardare ai programmi chi giustamente aveva una marcata crescita degli investimenti in energia eolica è il Movimento 5 stelle”. 

Di Maio: “Siri via. Lega ci dia una risposta” – Non passa neanche mezz’ora che a piazza Colonna arriva Luigi Di Maio, direttamente dagli studi di La 7. “Qui nessuno sta aprendo una crisi di governo perché io credo che questo Governo debba ancora fare tante cose: il salario minimo orario, gli aiuti alle famiglie che fanno figli, abbassare le tasse alle imprese. Però sulla vicenda in questione io non posso accettare che una persona in quella indagine con questi dubbi resti lì come sottosegretario”, dice il ministro dello Sviluppo Economico. Che torna a chiedere il passo indietro del sottosegretario leghista: “Un sottosegretario ai Trasporti che presenta una proposta sull’eolico… non c’entra nulla. Quindi c’è il sospetto politico che questa persona possa aver agito per se stessa, nel suo interesse personale e non generale. Io non dico che qualcuno non può sbagliare ma io De Vito l’ho espulso dopo 30 secondi e noi invece è una settimana che stiamo aspettando che Salvini metta Siri da parte così continuiamo a lavorare. Non possiamo aspettare una settimana per una risposta della Lega, ci dicano una risposta e continuiamo a lavorare”. E se non fosse chiaro il concetto, il leader del M5s ripete: “Ci sono altri sottosegretari e viceministri leghisti indagati, ma qui stiamo parlando di un caso di membro del governo coinvolto in un’indagine per corruzione che parla di mazzette e in odore di mafia. Quando si parla di queste cose qui, il M5s ha dovere ricordare che se vuoi essere il Governo del cambiamento, Armando Siri che sicuramente sarà giudicato innocente, mentre si difende deve stare lontano dalle istituzioni del Governo”. Per Di Maio “questo è un caso in cui è necessario dare un segnale politico ed etico agli agli italiani. Glielo auguro di essere giudicato innocente, ma finché non è questo si metta in panchina“.

Caos sul Salva Roma. “Stralciato”. “Se non passa ripicca ai romani” – Ma non solo. Perché il primo motivo di scontro tra le due forze di governo è rappresentato soprattutto dal decreto Crescita, che, al suo interno, doveva contenere la norma Salva Roma sulla quale anche il premier Giuseppe Conte, oltre al M5S, avrebbe chiesto l’ok della Lega.  Salvini, però, uscendo da Palazzo Chigi – con il Cdm appena iniziato – annuncia: “Siamo felici che finalmente il Cdm abbia approvato il decreto crescita”. Ma niente Salva Roma: “Noi vogliamo aiutare tutti i Comuni in difficoltà e lo faremo con provvedimento ad hoc”. Insomma il provvedimento per la capitale, secondo il ministro dell’Interno, è stato stralciato. Ma lo stralcio è stato concordato con Di Maio? “Io concordo con chi c’è, non con chi non c’è”, dice il leader leghista. Che chiude le porte ancora una volta al decreto per la Capitale. “Non ci sono cittadini o Comuni di Serie A e si Serie B, i romani meritano di più, non una norma Salva Raggi”, è la linea del Carroccio. Subito smentita dai ministri del M5s presenti alla riunione del governo, ancora in corso in serata: “Non è stato discusso il decreto crescita, dunque non si è potuto stralciare nulla, meno che meno il salva Roma”.

Quel provvedimento sarà discusso solo dopo l’arrivo di Di Maio. Che a Giovanni Floris spiega: “Questa norma non mette un euro sulla capitale: dice solo che le banche devono chiedere meno interessi ai cittadini romani per il debito del Comune di Roma. Lo si vuole fare per tutti i comuni? Lo possiamo fare ma di che vittoria stiamo parlando quando non si aiutano i cittadini di un comune? Se c’è qualcuno che sta godendo perché non è passata, complimenti, è solo una ripicca verso i cittadini romani“.

Dopo 4 ore di Cdm sembra che del Salva Roma si siano salvate solo alcune parti. Almeno da quanto dichiarato dai protagonisti all’uscita da Palazzo Chigi. “Lega soddisfatta. I debiti della Raggi non saranno pagati da tutti gli italiani ma restano in carico al sindaco. Stralciati i commi 2,3,4,5,6 della norma salva Raggi”, ha dichiarato Salvini. Un primo importante passo, invece, secondo i 5 Stelle che parlano di norma “approvata a metà”.

Ma la forzatura di Matteo Salvini che, a Cdm appena iniziato, si è presentato davanti ai microfoni per annunciare uno stralcio che non era ancora stato discusso ha fatto arrabbiare il premier. Fonti di governo sedute al tavolo a Palazzo Chigi raccontano di un Conte che si è rivolto al ministro dell’Interno manifestando tutta la sua irritazione per il comportamento tenuto: “Il cdm è un organo collegiale – si è sfogato il presidente del Consiglio secondo la ricostruzione dell’Adnkronos -, non siamo qui a fare i tuoi passacarte. Devi portare rispetto a me e a ciascuno dei ministri che siedono intorno a questo tavolo”.

Truffati dalle banche, passa la norma: indennizzo diretto sale a 200mila euro
“Lo avevamo detto e lo abbiamo fatto”. Il Movimento 5 Stelle esulta mentre è ancora in corso il Cdm dopo l’approvazione della norma sul rimborso per i risparmiatori truffati dalle banche, come riferiscono fonti interne al governo. Oltre a questo, riportano le stesse fonti, sarebbe stato deciso un aumento dell’indennizzo diretto che passerebbe da 100mila a 200mila euro. Tra le misure approvate ci sarebbe anche il finanziamento, attraverso il Fondo sviluppo e Coesione, delle Zes, le zone economiche speciali, con ulteriori 300 milioni per gli anni 2019 (50 milioni), 2020 (150 milioni) e 2021 (100 milioni).

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In Edicola sul Fatto: L’ora è grave, ma non seria. Governo riunito, ma Di Maio è in tv 23 Apr 2:42 PM (10 hours ago)

Palazzo Chigi

Via il Tagliadebiti di Roma. I gialloverdi ai ferri corti

Guerra totale. Gli esponenti del Carroccio si presentano in massa al consiglio dei ministri per far saltare la norma voluta dai 5 Stelle: si litiga a fine a notte fonda

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Liberisti coi soldi altrui di

Uffa, che barba, che noia. I radicali e i loro seguaci, anche strumentalizzando la scomparsa del nostro carissimo nemico Massimo Bordin, hanno ricominciato a piangere. Il chiagni e fotti è il loro sport preferito, che rende petulante e insopportabile ogni loro battaglia, anche la più nobile. Sempre lì a lacrimare contro il “regime”, di cui […]

Governo

Siri presto dai pm Salvini scarica Arata: “Visto una sola volta”

L’inchiesta – Il sottosegretario vuole fare dichiarazioni spontanee Si continua a indagare sui contatti tra l’imprenditore e la politica

di GIuseppe Lo Bianco e Valeria Pacelli
La lettera

Il ministro dell’interno a sua insaputa

La foto col mitra e la sagra della polenta – Nel Paese di mafia, camorra e ‘ndrangheta, il Viminale parla solo di migranti

di Beppe Grillo

Alla paura dell’Islam ci pensa Capitan Mitra

Non sappiamo se Luca Morisi, il disinvolto uomo social di Matteo Salvini, nel postare la foto del capo col mitra si sia ricordato che Mussolini, come disse qualcuno, era riuscito a conquistare gli italiani entrando nelle loro teste. Detto che chi scrive non crede per nulla che il vicepremier sia la reincarnazione del duce (gli […]

di

Commenti

Rimasugli

I cani da Padoan, divagazioni sul principio

Negli ultimi giorni l’Istat ha riportato alcune parziali buone notizie sul settore immobiliare: l’indice della produzione nella costruzione a febbraio è ai massimi da 5 anni e gli ultimi tre mesi del 2018 hanno fatto segnare buoni aumenti nella compravendita di case, come pure nella stipula di mutui davanti al notaio. Dirà il lettore: si […]

di

Li chiamano “guru”: aiutano i politici a comunicare cazzate

Provenienza sanscrita, termine caro agli indù, quattro lettere: Guru. Che significa più o meno maestro spirituale. Bello. Sul come e sul perché un termine così antico, denso e nobile sia – qui e ora – appiccicato a gente che maneggia Facebook e Twitter con disinvoltura da nerd ripetente sorvoliamo volentieri: l’arte di maltrattare le parole […]

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Fatti di vita

L’insostenibile nostalgia del referendum

Digerite uova e colomba pasquali, con animo sereno possiamo tornare all’agnello sacrificale della politica di casa nostra. Ovvero il referendum costituzionale del 2016, che ciclicamente torna tra gli argomenti di inconsolabili commentatori che non si rassegnano all’esito negativo. Uno degli ultimi cahier de doléances lo firma Aldo Cazzullo sul Corriere rispondendo a un lettore tormentato […]

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Politica

Nessun danno

Molotov contro sede della Lega a Roma, ci pensa la pioggia

Il fuoco si è spento con la pioggia che, nella notte tra lunedì e martedì, non ha mai smesso di battere. La bottiglia di vetro con del liquido infiammabile, lanciata pochi minuti prima della mezzanotte contro il portone della sede della Lega in via Alessandro Farnese, nel centrale quartiere Prati a Roma, non ha fatto […]

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Parla l’accusa

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Ex terroni

Salvini “il siciliano” va a benedire i riciclati saliti sul Carroccio

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Ricordo dei fratelli Luciani

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Porta il nome dei fratelli Aurelio e Luigi Luciani, i due contadini vittime innocenti della mafia, il nuovo presidio di Libera a San Marco in Lamis, provincia di Foggia. L’associazione di Don Luigi Ciotti ha inaugurato ieri il suo quarto presidio in zona, dopo Foggia, Cerignola e Vieste. “A differenza di quanto accaduto altrove, dove […]

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Il piccolo Stefano Pompeo ucciso dalla mafia e scordato dallo Stato

A quel funerale non c’era nessun rappresentante dello Stato, che assicurava il pugno duro contro la mafia e invece lasciava morire un ragazzino di undici anni, per poi dimenticarlo. Sono passati vent’anni dall’omicidio di Stefano Pompeo, ammazzato nelle campagne di Favare (Agrigento) il 22 aprile del 1999. Lui aveva insistito più volte per accompagnare il […]

di Alan David Scifo
Roma – L’ex organizzatore non paga i premi

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Il colosso Infront è a un passo dall’aggiudicarsi l’organizzazione delle prossime sei edizioni della Maratona di Roma (2020-2025). Anche se l’Ati che la vede protagonista la società nota per essere stata advisor dei diritti tv della Serie A – potrebbe essere a rischio esclusione. Tutta colpa dei debiti verso atleti, club e fornitori non pagati […]

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Giornata di forti tensioni sui mercati petroliferi mondiali dopo la decisione dell’amministrazione Trump di annullare le esenzioni concesse a otto Paesi tra cui l’Italia dal divieto di importare greggio dall’Iran. I prezzi del petrolio sono saliti prima in Asia, spinti dalla prospettiva di una contrazione dell’offerta e a seguire sui mercati europei e americani raggiungendo […]

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Dirigente – Oggi guida la struttura di missione, seguiva le gare del G8 alla Maddalena. Balducci, poi condannato, era suo ‘sponsor’ nel 2009

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Il governo alla prova dell’Ilva

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Per l’ennesimo capitolo si attendono incassi miliardari. E magari un seguito

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Milano, 50enne ritrovata morta in casa con ferite da arma da taglio. Aperte sia ipotesi omicidio che suicidio 23 Apr 12:50 PM (11 hours ago)

Era a terra nel soggiorno della casa dove abitava, con ferite da accoltellamento e quella che potrebbe essere l’arma del delitto accanto al corpo. Lucia Benedetto, di 50 anni, residente insieme al marito e al figlio in un appartamento al civico 60 di via Sicilia, a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, è stata ritrovata senza vita nella serata di martedì. A lanciare l’allarme è stato il marito che, appena tornato a casa dal lavoro, poco prima delle 19.00, ha visto il corpo della moglie ormai senza vita a terra con ferite in tutto il corpo e una, più profonda, sul collo.

La vittima, che risulta incensurata e che mai avrebbe sofferto di depressione, viveva nell’appartamento anche con il figlio 21enne che però non era in casa e le autorità stanno cercando di rintracciare. Sul posto sono intervenuti per primi i carabinieri del Nucleo Radiomobile e poi i colleghi di Sesto San Giovanni, sul posto insieme ai Ris e al medico legale. La Procura di Monza, titolare dell’indagine, non si è ancora pronunciata sull’ipotesi dell’omicidio. Impossibile escludere, al momento, la possibilità che le coltellate siano state inferte dalla stessa donna con la lama sequestrata. Al vaglio degli inquirenti le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona e il traffico telefonico della donna così come quello dei suoi familiari. In caso di omicidio, le indagini si indirizzerebbero verso qualcuno che ha libero accesso alla casa o che era conosciuto dalla vittima, visto che non sembrano esserci segni di effrazione. Più tardi sarà ascoltato il marito della 50enne, ancora sotto choc. Una famiglia normale, senza mai un problema, dicono gli investigatori.

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Siri indagato, Salvini: “Per quanto mi riguarda resta al suo posto. Arata? L’ho visto una volta sola” 23 Apr 12:08 PM (12 hours ago)

“Siamo assolutamente tranquilli su Siri. Abbiamo piena fiducia nella velocità e nell’imparzialità della magistratura. Per quello che mi riguarda, resta al suo posto“. Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, Matteo Salvini, incalzato dai giornalisti sulla vicenda che vede coinvolto il sottosegretario leghista Armando Siri.

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Referendum Egitto, per 88% el-Sisi può rimanere al potere fino al 2030. Ma l’opposizione ha guadagnato consensi 23 Apr 11:59 AM (12 hours ago)

La vittoria era scontata ma la percentuale dei “no” non lo era affatto. L’88,83% degli egiziani ha votato sì alla modifica della costituzione nazionale che permetterà all’attuale presidente Abdel Fattah el-Sisi di rimanere al potere sino al 2030. Una percentuale di circa 10 punti più bassa rispetto ai voti ottenuti lo scorso anno alle presidenziali da el-Sisi. Che nel 2018 venne infatti rieletto con il 97,8% dei voti contro un solo sfidante, Moussa Mostafa Moussa, un suo sostenitore sceso in campo all’ultimo momento dopo l’arresto di diversi potenziali candidati. A essere più alta, questa volta, è stata anche l’affluenza: ha votato il 44% degli aventi diritto, circa 27 milioni di persone, contro il 40% della scorsa tornata.

La data di questa consultazione è stata resta nota solo mercoledì scorso. Una tempistica che, come affermato dall’opposizione, ha lasciato ben poco tempo al dibattito e non ha permesso nemmeno la presenza in Egitto di osservatori elettorali indipendenti. Le urne sono rimaste aperte per 72 ore, dallo scorso sabato a ieri, e il clima che si respirava ricalcava in ogni dettaglio quello delle ultime presidenziali: i seggi costellati di bandiere e di dj che diffondevano canzoni patriottiche a volume assordante, autobus di persone dalle periferie del Cairo che, come documentato da numerose testate internazionali, hanno ricevuto generi di prima necessità in cambio del voto (una legge ha recentemente permesso agli elettori di recarsi in qualsiasi seggio e non solo in quello di riferimento). La messa in scena che ha dato la possibilità alle tv allineate al regime, ossia tutte quelle del panorama mediatico egiziano, di mandare in onda immagini di seggi popolati di persone sorridenti e di militari in posa con cittadini ordinatamente in fila e vestiti a festa. Ma il quadro appariva meno credibile, nonostante il dipartimento dell’informazione statale si sia affrettato a smentire sia il voto di scambio sia l’obbligo, in realtà imposto a diversi commercianti, di esporre i manifesti di propaganda per il “sì”.

Il vero fattore di cambiamento è stato l’atteggiamento dell’opposizione. Dopo che una petizione on line contro gli emendamenti costituzionali aveva raggiunto 250.000 firme ,nonostante il blocco di 34.000 siti da parte delle autorità, gli oppositori hanno deciso di andare a votare “no”, e non di astenersi come fatto sino a ora, e di renderlo pubblico sui social network. “Abbiamo capito che disertare le urne non aveva più senso. Ci siamo resi conto che l’unico modo di esistere era quello di votare no. Delegittimare il processo elettorale e stare in piazza non è più possibile perché la repressione, da anni, non permette a nessuno di scendere per strada “, spiega Ibrahim Heggi, attivista del Movimento 6 aprile. Le foto delle schede nelle cabine elettorali con la crocetta sul “no” alle modifiche costituzionali sono iniziate a circolare tra gli attivisti che votavano all’estero e da sabato, prima giornata del voto in patria, hanno popolato anche le bacheche degli oppositori locali ancora liberi. “Far aumentare la percentuale dei no in un referendum che praticamente non aveva il quorum è l’unico modo per affermare che esistiamo. Possiamo dire che è una nostra crescita politica. Presentare un nostro candidato alle elezioni lo scorso anno (l’avvocato Khaled Ali, ndr) era troppo pericoloso e abbiamo deciso di non farlo, ma questa volta potevamo provare a giocare in modo diverso”, continua Heggi.

La modifica della costituzione riguarda 14 emendamenti e introduce due nuovi articoli. La norma transitoria che allunga sino al 2024 il mandato corrente di el-Sisi e permette la sua ricandidatura per un altro mandato pari a ulteriori sei anni è giudicata dagli oppositori l’ultimo colpo alle speranze della rivoluzione del 2011. Le modifiche, inoltre, aumentano il potere di controllo dei militari sull’esecutivo, restringono ulteriormente l’indipendenza della magistratura e ripristinano il sistema bicamerale con la Camera Alta che, abolita nel 2014, ricompare e stavolta vedrà un terzo dei suoi membri nominato direttamente dal presidente.

L’attuale costituzione era stata scritta, e approvata mediante referendum, nel 2014, un anno dopo il colpo di stato che destituì Mohammed Morsi, presidente dei Fratelli Musulmani eletto, in favore di Sisi che allora era il capo del consiglio militare supremo. Era il periodo in cui, nonostante il massacro dei sostenitori di Morsi a Rabaa al-Adawiya nell’agosto del 2013, la retorica di riportare l’Egitto sulla “retta via” dopo le derive autoritarie della fratellanza era ancora ritenuta credibile anche da una parte dei protagonisti della politica egiziana. Sono passati 5 anni e, con 60.000 detenuti politici e la maggior parte degli attivisti di piazza Tahrir ormai in esilio, la speranza di nuovi anticorpi alla deriva autoritaria in atto è quasi svanita. El-Sisi sta ricalcando le orme di Mubarak, il dittatore che fu in grado di restare al potere per 30 anni. E anche se l’attuale presidente nel 2030 ne raggiungerà “appena” 16 di mandato, le conseguenze della sua dittatura appaiono a molti osservatori internazionali già oggi peggiori di quelle esibite dal suo illustre predecessore.

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